
Dall’1 luglio arriva la tassa per i pacchi piccoli, ma in Italia potremmo arrivare a sborsare più della tariffa europea: ecco cosa cambia.
La notizia era nell’aria da un po’, ma dall’1 luglio 2026 diventerà realtà: stiamo parlando della tassa sui pacchi piccoli che provengono da e-commerce che si trovano al di fuori dell’Unione Europea. Secondo la commissione UE, soltanto nel 2024 sono entrati nel mercato unico circa 4,6 miliardi di pacchettini, di cui il 91% provenienti dalla Cina. Una cifra non indifferente che, a quanto pare, genera costi amministrativi elevati e rende più complicati i controlli sulla conformità dei prodotti con le norme europee e sul rispetto delle regole fiscali.
Questa tassa, però, è stata studiata anche per altri motivi: incentivare le persone a fare acquisti all’interno dei Paesi appartenenti all’Unione Europea e abbattere l’acquisto di prodotti low cost made in Cina. Il dazio, pari a 3 euro, si applicherà a tutti i pacchi piccoli, compresi quelli di valore inferiore a 150 euro. Ovviamente, a pagarlo saranno i consumatori.

Tassa sui pacchi piccoli: cosa cambia in Italia
In Italia, però, si rischia che la tassa sui pacchi piccoli sia più alta dei 3 euro imposti dall’Unione Europea. Nel Belpaese si potrebbe aggiungere anche la tassa di 2 euro prevista nell’ultima Legge di Bilancio e poi rimasta in sospeso. Se dovesse accadere ciò, quanti fanno acquisti su e-commerce extra UE potrebbero arrivare a pagare 5 euro. Ovviamente, bisogna aggiungere anche l’Iva.
Queste spese aggiuntive, se dovessero entrare in vigore entrambe, renderebbero molto meno convenienti le compere ‘virtuali’, specialmente quelle su piattaforme tipo Temu e Shein. Un male? No, specialmente se pensiamo agli effetti collaterali del cosiddetto fast fashion, in primis l’inquinamento ambientale e lo sfruttamento della mano d’opera. Per il momento, abbiamo una sola certezza: l’entrata in vigore del dazio a partire dal prossimo 1 luglio.









