
Tra le salite selvagge dell’isola e i ricordi del Sestriere ’92, El Diablo si racconta oggi come Ambassador di un paradiso a due ruote.
Vincere lasciando un segno indelebile: ecco la firma di Claudio Chiappucci, l’indimenticabile El Diablo delle due ruote mondiali. Con il suo stile perennemente all’attacco e un istinto ribelle, l’ex capitano della Carrera ha scritto le pagine più epiche e romantiche di questo sport, anteponendo sempre il cuore e l’istinto alle tattiche esasperate. Sullo sfondo delle strade tortuose della Corsica, dove ha recentemente partecipato alla Cyclo GT20 di cui è Ambassador per l’Italia, Chiappucci riavvolge il nastro dei ricordi e analizza con occhio critico l’evoluzione tecnologica del ciclismo moderno.
Ed è proprio partendo da quel passato leggendario che gli si chiede, se potesse rivivere una sola fuga della sua carriera, quale sceglierebbe. “Senza dubbi la Sestriere del 1992. È stata l’azione più lunga, estenuante e iconica di tutta la mia vita sui pedali. Se ci ripenso oggi, sembra un’autentica follia: sei ore da solo, faccia a faccia con il vento, scalando colli mitici mentre il gruppo inseguiva alle spalle. È stata un’impresa d’altri tempi, una di quelle scommesse che nel professionismo odierno non si vedono più e che mi ha regalato una popolarità incredibile, persino superiore a quella di chi poi vinse quel Tour de France (lo spagnolo Miguel Indurain, n.d.r.). Ancora oggi, a distanza di anni, gli appassionati la ricordano come una delle storie più belle del ciclismo contemporaneo. Quella tappa -ricorda entusiasta Chiappucci- mi ha messo a dura prova come nessun’altra, svuotandomi fisicamente e a livello mentale, ma mi ha ripagato consegnandomi per sempre alla leggenda di questo sport”.
In quell’incredibile edizione del Tour de France, il duello fra i due campioni fu leggendario. Da una parte lo spagnolo Indurain, “El Navarro” (dalla regione spagnola della sua città d’origine), dominò le cronometro come un vero e proprio “alieno”, dall’altra Claudio Chiappucci, che rispose colpo su colpo, mettendo in campo tutto il suo cuore e il suo istinto nelle tappe di montagna. Proprio nella storica frazione del Sestriere, il ciclista italiano scatenò l’inferno con una lunghissima fuga solitaria, costringendo il rivale a un inseguimento affannoso. Alla fine, sul gradino più alto del podio di Parigi salì Indurain, ma Chiappucci -secondo in classifica generale- si prese la maglia a pois di miglior scalatore, il premio di super combattivo e l’ammirazione eterna del pubblico francese e italiano.
Ti chiamavano El Diablo: questo soprannome ti rappresentava davvero o era più un personaggio costruito dai media? “Non c’è nulla di artefatto o deciso a tavolino dalla stampa -precisa Chiappucci- Al contrario, è un soprannome nato in modo del tutto spontaneo, che rispecchiava fedelmente la mia vera personalità in sella: quel mio modo di correre sempre all’attacco, senza fare troppi calcoli. Alla fine quel nome ha intercettato la simpatia dei giornalisti e il calore travolgente dei tifosi nei miei confronti. La prova più grande della sua autenticità sta nel fatto che è rimasto attualissimo anche a distanza di anni. Oggi la gente, quando mi incontra per strada, mi chiama ancora El Diablo, persino più spesso rispetto a Claudio. Questo per me ha un valore immenso, perché significa che quel modo così passionale e generoso di interpretare il ciclismo è rimasto ben impresso nella memoria collettiva”.
Il ciclismo moderno è iper-strategico e tecnologico: in un mondo così, ci sarebbe ancora spazio per un corridore istintivo e spettacolare come te? “Oggi è diventato quasi impossibile vedere un ciclista che corre seguendo puramente l’istinto -prosegue Chiappucci con un filo di nostalgia- Ormai tutto è guidato da rigide direttive, da programmazioni studiate nei minimi dettagli e dati che scorrono sui computer di bordo. Gli atleti sono spinti a essere estremamente calcolatori, quasi dei robot che pedalano tenendo gli occhi fissi sul misuratore di potenza e sul cardiofrequenzimetro, senza guardare in faccia l’avversario. Ma è soprattutto la filosofia delle corse a essere cambiata radicalmente: imprese come le mie e di altri corridori, che facevano saltare la gente sulla sedia, sono nate su distanze lunghissime, in tappe che superavano abbondantemente i 200 chilometri e dove la resistenza mentale faceva davvero la differenza. Oggi la tendenza è quella di proporre tappe molto più brevi, esplosive e nervose. Questa esasperazione tecnologica, unita a percorsi più corti, ha purtroppo appiattito la fantasia, la creatività e quel briciolo di sana follia che rendeva il ciclismo uno sport imprevedibile. Un corridore come me, oggi, farebbe molta fatica a digerire tutti questi vincoli, perché per me il ciclismo è sempre stato prima di tutto libertà e spettacolo”.
C’è stato un momento in cui hai capito che, anche senza vincere un grande Giro, avevi comunque conquistato il cuore dei tifosi? “Il carisma e l’amore della gente non sono legati esclusivamente al gradino più alto del podio -assicura Chiappucci- Nello sport contano il savoir-faire, l’audacia nell’interpretare l’azione e la generosità nel darsi al pubblico. Io correvo così: per vincere ma anche per regalare un’emozione a chi era sulla strada. Lo facevo allora in corsa e continuo a farlo oggi, con la stessa identica naturalezza, anche se ho smesso con il professionismo da parecchi anni. Certo, se guardo indietro, nella mia bacheca manca il trofeo di un grande Giro, anche se ho ottenuto tantissimi altri successi di prestigio in tutto il mondo. Forse nella mia epoca quelle corse da tre settimane avevano tappe fin troppo lunghe e logoranti per le mie caratteristiche di scattista puro. Paradossalmente, guardando come sono disegnati i Giri oggi, con frazioni più brevi e adatte agli attacchi continui, chissà… forse sarebbero stati perfetti per il mio stile. Ma va bene così, non ho alcun rimpianto: il trofeo più bello che io abbia mai conquistato, e che nessuna corsa ti può dare per contratto, resta l’affetto eterno e incondizionato della gente”.

Fra le ultime avventure di Chiappucci, c’è proprio la Cyclo GT20, una spettacolare ciclosportiva di 598 chilometri -di cui 230 cronometrati- che ripercorre in soli 5 giorni il celebre itinerario a due ruote da Bastia a Bonifacio. Cosa ti è piaciuto di questa esperienza e perché la consiglieresti a professionisti e cicloamatori? “Per me la Corsica è stata una grandissima scoperta -conclude l’ex corridore- Era la prima volta che ci andavo e sono rimasto letteralmente stregato dalla bellezza del paesaggio e dall’accoglienza calorosa della gente. Per un ciclista questo posto è un vero paradiso: le strade sono splendide ma al tempo stesso impegnative, perfette per mettersi alla prova o per allenarsi sul serio. Si passa dal mare alla montagna in un attimo, il massimo per chi ama il ciclismo itinerante. Ho avuto l’opportunità di esplorare l’isola proprio grazie alla Cyclo GT20, un’avventura intensa che mi ha permesso di entrare in contatto con l’anima più autentica di questo territorio. Ritornerò molto presto: i Corsi si sono innamorati del mio spirito e io sono stato perdutamente conquistato da quest’isola tanto che abbiamo già in mente di organizzare insieme qualche bell’evento, rigorosamente a due ruote”.










