Scatola di latta per biscottiD. Lazzaroni & C. Industria Biscotti
Scatola D. Lazzaroni & C. Industria Biscotti - Commemorazione della vittoria nella guerra italo-turca - Grafica G. De Andreis Sampierdarena - Manifattura G. Casanova Sampierdarena - anno 1915 circa, cm 32x18x6; foto di L. Marchesini

Da semplice contenitore a oggetto del desiderio.

Le scatole di latta nascono in Gran Bretagna nella seconda metà del XIX secolo come prodotto della Rivoluzione Industriale.

La fabbricazione seriale di contenitori prevalentemente destinate ai dolciumi, ma non solo, andava a soppiantare le tradizionali scatole di legno costituendo una grande innovazione nell’ambito del packaging dell’epoca.

Dalle loro antenate, le prime scatole di latta ereditarono la copertura con carta colorata, disegnata e con iscrizioni che ne indicavano il contenuto.

La carta venne a poco a poco soppiantata dalla stampa litografica su metallo che consentiva una velocizzazione della produzione e della diffusione. Questo permise alla scatola di latta di amplificare il suo potenziale di veicolo comunicativo come intuirono ben presto i suoi fabbricatori.

La scatola un innovativo mezzo pubblicitario

La scatola non fu più dunque un mero e funzionale contenitore ma un mezzo pubblicitario per promuovere l’appeal del prodotto e offrire al produttore la possibilità di personalizzarla apponendo il proprio marchio distintivo.

A partire dalla metà dell’Ottocento molte pasticcerie a conduzione familiare si avviarono ad una produzione semi-industriale servendosi delle scatole per smerciare i propri prodotti, come fu per esempio per Baratti e Milano, Caffarel Prochet, Delser, L. Leone, Moriondo e Gariglio, Michele Talmone, Saiwa e Silvano Venchi.

Questo spinse a porre sempre più attenzione all’estetica del contenitore sia in termini di forma che di immagini riprodotte. Per la loro realizzazione furono chiamati artisti famosi e designer, come per esempio De Pero che negli anni del Futurismo lavorò per la Motta.

Fu probabilmente per queste ragioni che le scatole di latta divennero oggetto di un precoce collezionismo, da parte di chi, vale la pena ricordarlo, poteva permettersene l’acquisto. Si trattava infatti di beni abbastanza costosi destinati ad un pubblico selezionato. Proprio per questa sua caratteristica di “oggetto del desiderio” si cominciarono a produrre scatole, ad esempio di biscotti, in occasione di eventi particolari, come le celebrazioni dei Giubilei, anniversari storici, matrimoni dei componenti della famiglia reale o celebrazioni di vittorie militari. Le stesse case produttrici fecero leva sull’attrattiva delle immagini litografate sulle scatole e le personalizzarono, modificandone design e aspetto, quante più volte poterono utilizzandole in questo modo come veicolo pubblicitario e sfruttandone il potenziale come oggetto da collezione.

Una volta consumato il contenuto la scatola veniva conservata gelosamente e reimpiegata per riporre oggetti. Alcune erano ad esempio destinate a negozi che rivendevano al dettaglio il suo contenuto, e potevano essere usate per decorare le vetrine, o riutilizzate come vuoto a rendere, altre erano pensate come confezioni regalo per ricorrenze.

Cosa raccontano le scatole di latta? Indizi per una ricostruzione storica della filiera produttiva

La diffusione delle scatole di latta come metodo di imballo, leggero riutilizzabile ed esteticamente attraente, racconta la storia di un crescente successo commerciale, non solo delle case dolciarie, ma anche degli stessi scatolifici che adattarono la loro produzione alla sempre più esigente richiesta. Al di là del contenuto e del fornitore del prodotto riposto al suo interno, molto spesso si può leggere litografato un numero di serie affiancato dal nome o dalla sigla dello scatolificio.

Questi indizi consentono di contestualizzare questo tipo di oggetti e di individuarne una datazione e una collocazione geografica. In Italia a partire dalla fine del XIX secolo ci furono solo alcuni centri cittadini specializzati nella loro realizzazione. Dapprima Torino, poi alcune zone della Liguria come Sampierdarena e infine la Lombardia. In particolare nei primi anni del secondo decennio del XX secolo la ditta Metalgraf di Milano riunì sotto il suo coordinamento una serie di stabilimenti di produzione dislocati in diverse zone del nord Italia, impossessandosi quasi del monopolio della produzione di scatole di latta.

Ricostruire le vicende di questi singoli scatolifici risulta molto difficile, perché non esistono ad oggi studi ad hoc che abbiano indagato l’esistenza o la sopravvivenza di archivi di questo tipo di industria, a differenza di quanto è successo in Gran Bretagna. Oltre Manica tradizionalmente vi è più sensibilità per la storia industriale e manifatturiera in genere, come dimostra l’esempio della Huntley & Palmers (Si veda http://www.huntleyandpalmers.org.uk/ixbin/hixclient.exe?a=file&p=huntley&f=huntley.htm) che conserva un archivio e i cataloghi della propria produzione di scatole sin dalle origini.

In Italia questa filiera è legata soprattutto a imprese di tipo familiare che hanno seguito inclinazioni personali e attitudini dei singoli imprenditori. Come nel caso della ditta bergamasca Pagliarini divisa, dopo la morte del fondatore Carlo, tra due eredi che diedero vita, a partire dal 1941, a produzioni molto diverse fra loro. Lo stabilimento diretto da Giulio Pagliarini ebbe un grande successo commerciale grazie all’uso del fotolito che introdusse l’apposizione di cartoncini con il marchio del prodotto. L’altro sotto la guida di Enrico Pagliarini fu più orientato ad una produzione “artistica” quasi artigianale delle scatole, che ebbe minor diffusione commerciale ma che oggi rende quelle scatole più ricercate.

Esistono infine alcuni cataloghi cartacei delle scatole, che costituiscono un buon punto di partenza per chi vuole farsi un’idea dell’argomento, ma si tratta per lo più di pubblicazioni che raccolgono le collezioni di privati piuttosto che studi di ampio respiro sulle scatole e la loro storia (Leggi anche https://www.casadellescatole.org/la-storia-delle-scatole/).