Un click. Una minuscola azione per poter avere comodamente ciò che si vuole quando si vuole. Oggigiorno la tecnologia dell’e-commerce è come pane quotidiano e, soprattutto con i tempi che corrono per via nel Coronavirus, la sua avanzata è inarrestabile. Ma non c’è rosa senza spine: questo paradiso digitale inquina, e molto.

Tanto per cominciare, la domanda di merce spedita rivela numeri molto generosi: In Italia nel 2017 si stima siano stati fatti 150 milioni di ordini di un altrettanto numero di pacchi e Poste italiane dichiara di aver movimentato 81 milioni d’imballaggi nei primi nove mesi del 2017 grazie all’e-commerce. Questi due soli esempi (e solo in territorio nostrano) danno un’idea sia dell’incredibile ammontare di miliardi che questa macchina economica è in grado di creare (750 miliardi di euro annui nella sola Cina, leader affianco agli USA del settore e-commerce -dati della school of management del politecnico di Milano e netcomm, 2017-) sia del livello d’inquinamento, siccome in Italia i trasporti per queste merci avvengono soprattutto su gomma e su veicoli che, nell’80% dei casi, appartengono a classi inferiori all’Euro 5, il modello di standard europeo sulle emissioni. Il livello di traffico ha superato il suo doppio del quinquennio 2012-17, passando da 6 milioni di delivery a 15 milioni e il numero di veicoli da commercio è globalmente cresciuto del 32% (dati Bloomberg New Energy Finance e McKinsey). Il risultato di questa mole di dati e numeri? Un incremento non ignorabile del livello di Co2 nell’aria. E un male che ci infliggiamo.

Packaging

Il packaging contribuisce a fare la sua parte: una consistente maggioranza della merce che ci arriva a casa è impacchettata in un imballaggio di cartone e una busta di plastica. Nel 2016 sono state immesse 2,2 milioni di tonnellate proprio di quest’ultimo materiale; il consorzio per il riciclo degli imballaggi Corepla, dichiara che l’e-commerce ha costituito 300 mila tonnellate, ossia il 15% del totale della plastica immessa al consumo quell’anno. A chiudere il cerchio è la politica del reso, ossia la restituzione degli articoli, che costa il doppio del tragitto logistico e della Co2 nell’aria.

E-commerce sostenibile?

Un e-commerce sostenibile è possibile, ma le iniziative prese sono ancora in stato embrionale e necessitano di un’evoluzione su larga scala. Investire su veicoli elettrici è una soluzione, cosa che l’amministrazione londinese ha già attuato nel 2016 finanziando una società di furgoni a zero emissione, la Gnewt Cargo. Altra iniziativa, attivata dalla compagnia Dhl in Germania, è quella degli armadietti nelle aree di transito, ossia box posizionati in supermercati o centri commerciali che consentano agli acquirenti, 24 ore su 24, di ritirarvi la merce sacrificando la comodità di avere il pacco sotto casa. Infine ci sono loro, i droni. I droni-fattorino, già parzialmente attivi in USA con Amazon air, ridurranno il livello del gas serra tamponando il trasporto su gomma, ma sono attualmente limitati dalle condizioni atmosferiche e da una capienza massima di peso sopportabile.
Acquistare via e-commerce è un’azione utile e pratica, gli aggettivi positivi si sprecano. Tuttavia, senza nessuna regolamentazione si finisce per cadere in un’altra buca e retrocedere di un altro gradino da una vita in maggior simbiosi col mondo che ci circonda.