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Il progetto italiano che sfrutta i rabarbari in un ecologico sistema di stoccaggio

Il problema numero uno delle rinnovabili è che non sono continue: il solare, ad esempio, c’è di giorno ma non di notte. Ultimamente quindi si punta a dei sistemi di stoccaggio/accumulo nei quali mettere tutta l’energia prodotta in un dato periodo fruttuoso (quando il sole c’è, quando il vento tira) così da poterla tirare fuori quando se ne ha bisogno e normalmente non se ne potrebbe produrre altra (quando è buio, quando non tira vento).

Inconvenienti

Due, però, sono gli inconvenienti di questa tecnologia. In primo luogo, questi sistemi di storage sono costosi. Di certo è previsto un calo dei prezzi nel futuro immediato, ma una soluzione più economica sarebbe ovviamente ben accolta dal mercato. In secondo luogo, poi, c’è da dire che queste batterie non sono il massimo per quanto riguarda la sostenibilità. Per questi due motivi, alcuni centri di ricerca stanno sperimentando delle batterie in grado di sfruttare elettroliti organici al posto di quelli chimici: i risultati migliori, per ora, sono stati raggiunti dai ricercatori dell’Università di Harvard, i quali hanno messo a punto una batteria al rabarbaro.


Le normali batterie per l’accumulo sfruttano dei catalizzatori piuttosto rari e molto costosi, oltre che a forte impatto ambientale. La tecnologia proposta dall’Università di Harvard, invece, si poggia sullo sfruttamento di una molecola organica, la quale è a basso costo, biocompatibile e viene prodotta dalle piante al momento della fotosintesi.

La batteria

La sostanza in questione si chiama antrachinone: questo nome non dirà molto ai più, eppure viene già utilizzata con profitto nelle industrie petrolchimiche, nelle industrie alimentari e nell’industria cartaria come agente antiossidante. Il vegetale scelto per la sua estrazione è invece il rabarbaro, il quale, stando alle stime dei ricercatori, permetterebbe di utilizzare degli elettroliti con un costo inferiore del 10% rispetto a quello del vanadio o di altri catalizzatori attualmente impiegati. Una batteria al rabarbaro, dunque, permetterebbe un abbassamento dei costi dei dispositivi di storage, oltre che, ovviamente, un minore impatto sull’ambiente.

Metodo di accumulo

Sempre di sistemi di accumulo si parla, ma con un funzionamento totalmente diverso. La batteria al rabarbaro, infatti, non immagazzina l’energia al suo interno – come avviene per esempio nelle classiche stilo – bensì all’esterno, in appositi serbatoi contenenti una soluzione liquida composta da un’alta concentrazione di elettroliti. Si capisce dunque che la grande potenzialità di una batteria al rabarbaro è quella di aumentare lo storage possibile accrescendo l’ampiezza dei serbatoi esterni.


Dopo alcuni anni di analisi di laboratorio, si sta avvicinando il momento di immettere la batteria al rabarbaro sul mercato. L’Università di Harvard ha affidato la licenza esclusiva per la costruzione della batteria in Europa ad una società italiana, la Green Energy Storage – un’azienda con sede a Roma – la quale punta a mettere in commercio i dispositivi entro la fine del 2017.