Pentedattilo, Calabria (Shutterstock.com)

Un viaggio sostenibile, che fa bene alla mente e allo spirito e ridà valore ad una parte del Belpaese spesso dimenticata. Seconda tappa in Calabria

I viaggi autunnali sono un’ottima occasione per riscoprire luoghi bellissimi del nostro Belpaese che però negli anni sono stati dimenticati e perfino abbandonati: si tratta dei piccoli borghi, veri e propri gioielli da valorizzare. Organizzare un viaggio in questo periodo offre un triplice beneficio: promuovere il turismo sostenibile, godere della bellezza storica di questi borghi, spesso immersi nel verde e contribuirete a ridare il giusto valore ad un’Italia ingiustamente accantonata. Sono 12 i borghi più belli da visitare in autunno: Craco, Pentedattilo, Scoppio, Borgo Cusenza, Balestrino, Apice Vecchia, Isola Santa, Tursi, Roghudi, Roscigno Vecchia, Faraone Antico e Monterano.

Pentedattilo

Nel cuore dell’Aspromonte, sulla rupe del Monte Calvario sorge Pentedattilo, borgo misterioso e affascinante, che è frazione di Melito Porto Salvo. Dapprima abbandonato, il borgo antico – considerato il paese fantasma più suggestivo della Calabria – è oggi rianimato da nuove attività commerciali e turistiche. Il paese prende il nome dalla forma della rupe del Monte Calvario: una gigantesca mano con cinque dita. Proprio sotto questo monte fu edificato dapprima il Castello, e poi tutto intorno il borgo antico, circondato da un paesaggio naturale straordinario.

La storia 

La sua fondazione risale al IX secolo, a difesa del territorio reggino dalle incursioni dei Saraceni. Durante il periodo greco-romano, Pentedattilo fu un grande centro economico e un importante centro militare, grazie alla sua posizione strategica, dalla quale controllava le vie per raggiungere l’Aspromonte. Durante la dominazione dei Bizantini il borgo visse un lento declino, iniziato con numerosi saccheggi a opera dei Saraceni.

Diventato territorio dei Normanni nel XII secolo, fu trasformato in baronia e affidato al controllo degli Abenavoli Del Franco e, successivamente, alla famiglia reggina dei Francoperta. Quest’ultima lo cedette forzatamente agli Alberti, che lo tennero fino al 1760, anno in cui il borgo passò in mano ai Clemente e, quindi ai Ramirez. Nel 1783 Pentedattilo fu gravemente distrutto da un terremoto, uno degli eventi che portò al suo completo spopolamento. La popolazione continuò a spostarsi verso Melito Porto Salvo fino al Risorgimento, a causa delle costanti minacce di alluvioni e terremoti. Proprio per questo, il vecchio borgo ne divenne frazione nel 1811.

Conosciuto come il paese fantasma, nel 1980 Pentedattilo fu riscoperto grazie ai volontari provenienti da tutta Europa, dando inizio al suo recupero. Oggi le piccole case in pietra sono alloggi di ospitalità diffusa, oppure botteghe del legno, del vetro e della ceramica. Qui è possibile ammirare anche il Museo delle tradizioni popolari. Il borgo di Pentedattilo è uno dei borghi dai quali lo scrittore Edward Lear rimase più affascinato. Nel suo “Diario di un viaggio a piedi” ne scrisse una meravigliosa rappresentazione di com’era nell’Ottocento. Fa quindi parte del percorso denominato “Sentiero dell’inglese”, che attraversa tutti i borghi descritti dallo scrittore durante il suo viaggio in Italia.

Cosa vedere 

A Pentedattilo è possibile visitare ciò che rimane del Castello, risalente all’epoca medievale. Tramite una scalinata molto ripida è possibile visitare l’interno del castello, dal quale si distinguono i vani voltati a botte e diverse stanze ancora coperte, visibili grazie a canali circolari, al di sotto di una zona ancora pavimentata.

Anche la Chiesa dei Santi Corifei Pietro e Paolo è una delle bellezze da ammirare di questo borgo: di probabile origine bizantina e a nave unica, ha un campanile a base quadrata a due ordini e in linea con la facciata della chiesa, in stile barocco; la cupola è in stile bizantino e il pinnacolo, ottagonale, è ricoperto da ceramiche. Questa chiesa è stata sede protopapale e di numerose opere di pregevole fattura e ospita le tombe della famiglia Alberti.

La strage degli Alberti

Nella seconda metà del XVII secolo, a Pentedattilo si consumò la Strage degli Alberti, tragedia che investì due famiglie calabresi: gli Alberti, marchesi di Pentedattilo e gli Abenavoli, ex feudatari del borgo. Anni di grandi rivalità accesero le tensioni, che parvero scemare nel 1680 col progetto di matrimonio tra Antonietta Alberti, figlia del marchese Domenico e il barone Bernardino Abenavoli, capostipite della famiglia. Le ostilità però rimasero solo momentaneamente sopite. Nel 1685 Domenico Alberti morì e prese il suo posto Lorenzo, suo figlio, che sposò Caterina Cortez, figlia del consigliere dei Vicerè di Napoli. La notizia del matrimonio attraversò la Calabria e a Pentedattilo si presentarono in tantissimi per festeggiare il marchese Lorenzo. Proprio in quella occasione Don Petrillo Cortez, fratello della sposa, incontrò Antonietta Alberti e se ne innamorò.

Chiese dunque a Lorenzo la sua mano ed egli acconsentì. Bernardino Abenavoli andò su tutte le furie alla notizia di questo fidanzamento e si sentì così profondamente ferito nell’orgoglio che promise vendetta. La notte del 16 aprile del 1686 si introdusse, con l’inganno e aiutato da un servo infedele della famiglia Alberti, all’interno del castello di Pentedattilo assieme ai suoi uomini armati. Sparò a Lorenzo nella sua camera da letto due colpi mortali e lo finì con quattordici pugnalate. Uccise poi Simone, il fratello di nove anni di Lorenzo e Antonietta, sbattendolo contro una roccia. Risparmiò la stessa Antonietta, sua sorella Teodora e sua madre, ma Don Petrillo Cortez venne preso in ostaggio per evitare ritorsioni. Bernardino portò con sé a Montebello Ionico sia Cortez che Antonietta, che alla fine riuscì a sposare nella chiesa di San Nicola tre giorni dopo la strage.

La notizia della tragedia arrivò al Governatore di Reggio Calabria, il quale mosse l’esercito per liberare i due ostaggi e catturare tutti gli esecutori, condannandoli a morte. Il barone però, riuscì a fuggire e portò con sé la sua giovane moglie. Dopo averla rinchiusa in un monastero di clausura, Abenavoli scappò a Malta e poi a Vienna, città nella quale si arruolò nell’esercito austriaco. Nel 1692, durante una battaglia navale, perse la vita. Antonietta ottenne l’annullamento del matrimonio dalla Sacra Rota nel 1690 e rimase tutta la sua vita in clausura consumata dal senso di colpa. Questa storia ha dato vita a tantissime leggende, una tra le quali narra che nelle notti d’inverno, quando imperversa un vento violento, si possono sentire le urla di Lorenzo Alberti. Mentre nelle notti di luna piena, paiono sentirsi le voci di chi è morto nella strage.

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