
Nello storico quartiere bellunese, due musei raccontano l’anima del territorio: il mondo degli uomini del Piave e le tradizioni alpine
A Belluno, tra edifici storici e memorie artigiane, due spazi museali offrono un’esperienza immersiva e autentica. Da un lato il Museo del Porto Fluviale e degli Zattieri, che racconta la vita lungo il Piave; dall’altro il Museo Maschere Dolomitiche, custode di riti, volti e identità delle vallate alpine. Un percorso coinvolgente che intreccia storia, cultura e comunità.
Il mondo degli zattieri
Il Museo del Porto Fluviale e degli Zattieri, in via dei Molini 14, trova casa al piano terra delle ex concerie del quartiere. Entrare qui significa fare un passo indietro nel tempo fra strumenti e legname, dove si organizzavano le discese lungo il fiume e si costruivano le zattere destinate a lunghi viaggi. “La nostra collezione permanente è pensata per raccontare la storia di Borgo Piave come porto fluviale strategico per Belluno, soprattutto nei secoli della Serenissima -spiega Antonio Gheno, responsabile dell’associazione Borgo Piave ETC– Non si tratta solo di esporre oggetti, ma di restituire un sistema economico e umano che ha segnato profondamente questo territorio.”
L’esposizione museale accompagna il visitatore attraverso una narrazione concreta e coinvolgente. Tra attrezzi originali consumati dall’uso, fotografie d’epoca e documenti storici, emergono le storie di chi ha vissuto il fiume come luogo di lavoro e di identità. Al centro dell’allestimento spicca il prezioso modello di zattera realizzato circa 150 anni fa da Bepi Marchetti: un oggetto che porta con sé il valore del ritorno, essendo rientrato “a casa” dopo oltre settant’anni trascorsi nei magazzini del Museo Civico di Belluno. Accanto a questo, gli strumenti tradizionali -come l’anger, lo zapin e il sogàt- raccontano gesti antichi e faticosi. Il tipico abito da zattiere, con il cappello a falda larga, restituisce invece l’immagine concreta degli uomini del fiume, mentre i martelli delle Segherie Collarin evocano il lavoro parallelo e complementare della lavorazione del legno. Le fotografie storiche, fra cui quella suggestiva della rievocazione del 1951, completano il racconto, restituendo scene di vita collettiva e momenti di memoria condivisa. “Il percorso espositivo è concepito per documentare in modo filologico la filiera delle attività fluviali e la struttura organizzativa della corporazione degli zattieri -aggiunge Gheno- Abbiamo voluto integrare fonti materiali e iconografiche per offrire una visione completa, ma anche emotiva.” E in effetti, ogni oggetto esposto non è solo una testimonianza ma parla di fatica, abilità e solidarietà, di un mestiere che richiedeva coraggio e conoscenza profonda del fiume.
“Qui dentro -conclude Gheno- non raccontiamo solo il lavoro degli zattieri: parliamo di una comunità, di un modo di vivere e di un rapporto con la natura che oggi possiamo solo provare a immaginare, ma che merita di essere ricordato.”
Le maschere delle Dolomiti
A poche decine di metri, in Riva San Nicolò 68, si trova il quattrocentesco Palazzo Secco, sede del Museo Maschere Dolomitiche di Gianluigi Secco. Un edificio che già da solo racconta una storia: tra i pochi ancora affrescati esternamente, richiama l’eleganza dei palazzi veneziani, adattata però alle dimensioni e al clima più severo del territorio bellunese. Varcando la soglia, si entra in un luogo dove passato e identità s’intrecciano. Il palazzo, abitato dal 1779 fino agli anni ’80 del Novecento dalla famiglia Secco (antichi battirame di Sacile) oggi vive una nuova stagione. “Quando abbiamo deciso di sostenere questo progetto -raccontano dal museo- volevamo creare qualcosa che andasse oltre una semplice esposizione: un punto di riferimento culturale capace di far vivere le tradizioni delle Dolomiti anche a chi non le ha mai conosciute.” E così, quasi per un curioso gioco del destino, la collezione di Gianni Secco ha trovato casa proprio in un palazzo che ne condivide il nome. Le sale accolgono i visitatori in un’atmosfera unica, alimentata anche da una scelta consapevole: energia rinnovabile certificata al 100%. “Per noi è importante che la memoria del passato conviva con la responsabilità verso il futuro” spiegano entusiasti. Il percorso espositivo è un viaggio dinamico. I manichini, realizzati a mano da artisti, sembrano prendere vita: le posture sono studiate per restituire l’energia dei cortei tradizionali. Si incontrano così i Matazin e i Paiazi del Comelico, il misterioso Serafich della Valle del Biois, le figure di Rocca Pietore, fino alla Gnaga della Val di Zoldo e all’enigmatico Om Selvarech. “Non volevamo semplicemente mostrare delle figure -raccontano ancora- ma restituire l’emozione di trovarsi dentro una festa, in mezzo al movimento e ai suoni delle mascherate”.
Lungo una scala originale del palazzo, lo sguardo si perde tra una trentina di maschere scolpite da artisti come Beppino Lorenzet e Pietro De Martin. Non c’è un ordine preciso nell’esposizione, ma un’esplosione di forme e colori. “Qui il visitatore deve lasciarsi guidare dalle sensazioni, proprio come accade durante i cortei. Ogni maschera ha una voce -conclude lo staff- e il nostro compito è far sì che continui a essere ascoltata.” A completare l’esperienza ci sono quadri e tavole che raccontano il mondo delle maschere attraverso l’arte: le vallate dipinte da Franco Fiabane, le figure quasi vive di Claudio Nevyjel, lo sguardo su Sappada di Olga Riva Piller e le suggestioni mitiche di Vico Calabrò. Informazioni su www.museomascheredolomitiche.it












