Blue economy
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Si parla sempre di più di blue economy, ma che cos’è? Scopriamo insieme questa nuova tecnologia, che avrà lo scopo di salvare i nostri mari.

Probabilmente sentiremo parlare di “cambiamento climatico” ogni giorno. È sulla bocca di tutti, dalla televisione, ai giornali o su internet, siamo pieni di video, articoli sempre più catastrofici e preoccupanti sull’argomento. Ultimamente però, a questa viene accostata anche un’altra dicitura, in lingua inglese: blue economy.

La blue economy, in italiano detta economia blu, è un ramo della green economy. Più precisamente si tratta di un modello economico che ha lo scopo di creare un sistema marittimo sostenibile, sfruttando l’innovazione tecnologica. Il termine è legato alle comunità costiere che stanno risentendo sempre più dell’allarme climatico, denunciando perdite economiche significative, dovute all’innalzamento del livello del mare, alla furia di eventi meteorologici sempre più violenti e al surriscaldamento delle acque, che spopolano i mari dalle specie autoctone, a favore di altre abituate a climi più caldi. Ciò ha portato ad uno squilibrio dell’ecosistema e dell’alimentazione sia degli esseri che vivono nei mari, sia dell’uomo.

L’aiuto della blue economy

I problemi che questo sistema deve affrontare sono molteplici: dall’utilizzo massiccio della pesca, che estrae dal mare più pesci di quanto si dovrebbe, al soffocante problema dei rifiuti che hanno invaso le nostre acque, senza risparmiare ingenti danni ai fondali e agli esseri viventi che lì dimorano.

Di fronte a questa situazione sempre più seria, la tecnologia messa in atto da questo tipo di economia gioca un ruolo fondamentale. Uno dei suoi più importanti obiettivi è creare un sistema che possa arrivare ad emissioni di CO2 pari a 0. Per ottenerlo, la politica della blue economy prevede di trasformare le sostanze, precedentemente utilizzate, in merce nuovamente redditizia, evitando quasi totalmente gli sprechi; questo grazie al miglioramento degli strumenti a disposizione e sempre nel rispetto dell’ecosistema. A ciò si somma una riduzione notevole dei materiali inquinanti, incentivi alla pesca sostenibile, un aumento della forza lavoro e conseguentemente, dei profitti.

Chiaramente si tratta di obiettivi molto ambiziosi, complessi da raggiungere soprattutto se si pensa a come, ancora oggi, molti Stati rifiutino l’idea di “un mare da salvare”. Quel che è certo però, è che ognuno deve fare la propria parte, perché solo attraverso la collaborazione e la comprensione del problema, si potrà fare concretamente qualcosa.

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