frutta secca
(kariphoto/Shutterstock.com)

Negli ultimi 10 anni è aumentato il consumo della frutta secca e la quantità media per persona all’anno mentre è diminuito il consumo della frutta fresca, in particolare delle drupacee

Nell’ultimo decennio sono aumentate le richieste per i prodotti disidratati e diminuite per la frutta fresca. Complici di questa crescita sono sicuramente le testimonianze che arrivano dalla comunità scientifica secondo cui sono molti i benefici che scaturiscono da un consumo regolare di frutta secca e disidratata. Ad oggi è anche molto più semplice reperire questi alimenti nelle file dei supermercati, grazie all’ampliamento dell’offerta sul mercato e ai numerosi formati che si adattano a tutte le esigenze.

La conferma delle statistiche Ismea

A sostegno della tesi secondo cui sono in aumento le richieste di frutta secca vi sono le statistiche di Ismea elaborate da Coldiretti. Negli ultimi 10 anni sono raddoppiati gli acquisti di frutta secca quali noci, pistacchi, mandorle e nocciole, insieme alla quantità media consumata ogni anno da ciascuna persona: circa 3kg. La crescita dei consumi ha condizionato anche la produzione nazionale, aumentando le superfici coltivabili destinate a frutta secca nonostante il costante flusso di importazioni dall’America. É per questo che le aziende italiane si stanno convertendo alla coltivazione della frutta a guscio anche a discapito della frutta fresca. La frutta disidratata invece, assieme a quella secca, sta spopolando tra gli under 20 come alimento base della prima colazione, assunta principalmente con yogurt e semi oleosi.

La situazione delle aziende romagnole

La Romagna è la regione più colpita da questo trend salutista, infatti vi sono sempre meno alberi di drupacee (pesche, albicocche, susine) e sempre più alberi di noci e nocciole. In autunno, dopo la vendemmia e la raccolta delle mele, è frequente la richiesta di estirpare frutteti e vigneti. Questo avviene “sia per seminare colture estensive sia per reimpiantare la frutta”, testimonia Bruno Ragazzini, responsabile del settore Biomasse e Movimento Terra della Cooperativa Agricola di San Biagio (RA). Le colture più abbattute risultano le pesche, susine e albicocche, mentre gli estirpi di vigneti e kiwi sono sempre più frequenti dopo la raccolta di settembre.

Ragazzini conta, inoltre, numerose aziende dove il passaggio generazionale da padre in figlio si è fermato, complice forse anche la situazione pandemica in cui ci troviamo. “Una impresa frutticola a fine vita ci richiede quasi sempre di abbattere tutti gli impianti, talvolta con l’intento di concedere in affitto la terra per la coltivazione di cereali e colture da seme”. Per quando riguarda i nuovi investimenti, la tendenza più significativa è la frutta secca e le aziende che affrontano questo passaggio colturale sono quelle di più ampie superfici che beneficiano di contributi europei per affrontare la spesa.

La situazione dei vivai romagnoli

L’interesse crescente verso la frutta secca è riscontrato anche da Nicola Dalmonte, socio dei Vivai Dalmonte Guido e Vittoria di Brisighella (Ravenna), che ha notato ordini importanti di nocciole per il 2021/2022. “Sono in aumento da 5-6 anni anche le superfici coltivate a noci, ma il vero boom delle richieste per noi vivaisti c’è stato nel 2020”, ha affermato Dalmonte. Nelle zone pedecollinari si stanno realizzando anche impianti sperimentali di mandorle e nell’arco di 5-10 anni queste colture permetteranno di affermare il territorio romagnolo come un primario bacino di produzione della frutta secca a livello nazionale. D’altro canto diminuiscono anno dopo anno le superfici di drupacee e di deve considerare che “la perdita di questa filiera, a favore di quella della frutta secca, potrà avere implicazioni a livello sia economico che sociale”, conclude Dalmonte.