nomadi digitali
Nomadi Digitali: Smart Working scelta di vita (Shutterstock)

La pandemia ha portato una rivoluzione nel mondo del lavoro, ma i veri precursori vanno cercati nei luoghi più sperduti del mondo

Pensiamo spesso che serva un evento imprevisto per plasmare diversamente la realtà: una forte personalità, un avvenimento straordinario, una scadenza segnata sul calendario della vita che si avvicina sempre di più. Eppure non tutte le rivoluzioni hanno una grande eco. La pandemia di Covid-19 ne è un esempio: rumorosamente ha creato nuove abitudini, impensabili fino a qualche anno fa.

Il mondo del lavoro, che in Italia è in crisi fin da tempi non sospetti, si è trovato a dover fare i conti con una situazione economica instabile. Si dice però che non tutto il male vien per nuocere e se analizziamo le conseguenze che questa pandemia ha avuto sul mondo, ci accorgiamo ben presto che uno degli effetti positivi è stata l’accelerazione improvvisa dell’alfabetizzazione digitale.

Smart Working: nuova abitudine o prassi consolidata?

Il lavoro intelligente (o smart working) ci ha regalato addirittura momenti di ilarità: uffici ripensati su assi da stiro per partecipare all’ennesima videochiamata con i colleghi d’ufficio. Dalla piccola azienda vicino casa alla grande multinazionale, dipendenti e imprenditori hanno dovuto costruire nuovi spazi nelle proprie abitazioni per garantire il distanziamento sociale a contrasto della pandemia.

Lo smart working è stato demonizzato per due motivi: l’assenza di contatto umano in primis e la poca affidabilità di spazi e connessione Internet di casa nostra. Per una fetta di popolazione, tuttavia, questo nuovo modo di lavorare è stato uno spunto di riflessione, un momento di osservazione interiore. Alcuni hanno capito che quel lavoro di una vita non faceva al caso loro, che la propria vita non era abbastanza felice o che addirittura lavorare a distanza gli piaceva.

Una rivoluzione che viene fatta per scelta: chi sono i nomadi digitali

Chi è atterrato a Bali, in Indonesia, può aver avuto una piacevole sorpresa entrando in un bar. Molti giovani e non che, seduti dietro al tavolo con una tazza di caffè fumante, digitavano codici e parole sul proprio computer portatile. Non erano in giacca e cravatta, ma più probabilmente in bermuda e infradito. Qualcuno lavorava ad un progetto per un cliente, qualcuno scriveva sul proprio blog e chissà chi altro scriveva addirittura uno di quei best-seller che si trovano in libreria.

I nomadi digitali che si trovavano in quel bar, così come in molti altri in giro per il mondo, c’erano addirittura prima della pandemia. Lavoravano in smart working, ma nessuno sapeva cosa fosse. Avevano scelto uno stile di vita in cui il lavoro non è un dovere, ma un modo per essere in pace con il mondo. I veri precursori del lavoro digitale non sono stati costretti da un pandemia, ma dalla loro voglia di essere felici.