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Nomadi digitali: rischio o opportunità? (Shutterstock)

Il lavoro nomade è un sogno per tante persone e la tendenza è in costante aumento negli anni. Cosa cambia per le aziende e ci sono rischi nel proporre ai propri dipendenti una modalità mista?

Se fino a qualche anno fa scegliere di vivere una vita nomade, lavorando in viaggio e ai propri orari sembrava una situazione utopistica, oggi tante barriere sono state abbattute. Il tanto discusso smart working, modalità di lavoro a distanza utilizzata durante le zone rosse in piena pandemia di Covid-19, ha fatto si che le aziende sperimentassero involontariamente gli effetti di lasciare più libertà ai propri dipendenti. Nella maggior parte dei casi si è visto che la produttività e l’umore sono aumentati, lasciando agli imprenditori più di qualche riflessione.

I tempi sono innegabilmente cambiati e timbrare il cartellino sembra ormai una prassi superata. Così come gli orari rigidi, a cui le grandi multinazionali hanno già detto addio da qualche tempo. I risultati qualitativamente migliori sono il frutto dell’organizzazione del proprio lavoro nei momenti di massima produttività personale, rendendo quindi obsoleto il vecchio regime 9/18. In questo caso, la sfida per le aziende è trovare il giusto equilibrio per i propri dipendenti. Chiaro è che nel caso di un’urgenza o di un lavoro da svolgere in team è richiesta la presenza in quel dato momento, ma in questo caso i vari responsabili delle risorse umane dovranno scervellarsi per trovare la giusta soluzione.

Altro aspetto interessante è la possibilità di avvalersi di collaboratori con determinate competenze non presenti sul proprio territorio e tessuto sociale, potendo così attingere a figure professionali che sono più frequenti in altri paesi. La sfida è già cominciata e gli effetti potrebbero vedersi in un futuro ormai non così lontano come immaginavamo.